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SECONDA LETTERA AI CORINZI
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"La carità di Cristo ci spinge” (2Cor 5,14). È questa certamente una delle affermazioni più note e appassionate di Paolo, molto valorizzata sia per la vita spirituale personale come per la missione propria di ciascuna persona consacrata o istituzione e movimento della Chiesa. La troviamo nel c. 5 della 2Cor, che ora leggeremo e che, come altre frasi, ha bisogno di qualche chiarificazione. Possiamo dividere il testo di Paolo in tre parti: 1) 5,1-10; 2) 5,11-17; 3) 5,18-21. Il primo brano è caratterizzato dalla tensione tra la vita presente e quella eterna con Cristo; il secondo brano fa perno nella frase riportata all’inizio; il terzo ricorda la riconciliazione che Dio offre a tutti in Cristo, di cui Paolo si sente l’«ambasciatore». 1) Il vestito, la tenda, l’esilio; la sopraveste, la dimora, l’abitazione eterna (la patria) (5,1-10). È questo il “vocabolario” che incontriamo in questa prima parte del c. 5, in continuazione logica con la fine del c. 4, in cui Paolo diceva che non c’è paragone tra la breve sofferenza che ci procura, in questa vita, il vivere da cristiani secondo il vangelo, e la “quantità” enorme ed eterna di felicità che questa sofferenza produce. Questo “vocabolario” di Paolo in sostanza rappresenta la nostra condizione attuale mortale e quella immortale simile a quella di Gesù risorto. Però le parole diverse indicano aspetti reali e diversi di questa doppia condizione. Ora continua il confronto tra questa vita e quella che il Padre ci prepara e che comprende tutta la persona, come è avvenuto per Gesù Cristo, morto e risuscitato, tornato alla destra del Padre in anima e corpo. Per l’ambiente di cultura greca questa prospettiva era insolita e incomprensibile, per il fatto che essa concepiva il corpo come una prigione dell’anima spirituale, e quindi una realtà di cui liberarsi. Non è il caso qui di fermarci a discutere questa posizione filosofica. La Rivelazione di Dio fissata nella Bibbia ci dice che la persona umana, così com’è, è opera di Dio e il suo stesso Figlio ha assunto questa natura e l’ha “recuperata” integralmente nella sua risurrezione. Ora, è sempre Gesù il punto di riferimento del cristiano, a lui guarda Paolo e in lui vede il modello cui devono uniformarsi i |
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figli di Dio e il suo destino eterno è lo stesso cui sono chiamati i suoi “fratelli”. Ed ecco che Paolo paragona questa vita a quella precaria dei nomadi, in una tenda nel deserto, e la mette a confronto con quella di chi abita in una casa fissa e stabile, confortevole e sicura, “non costruita da mani d’uomo”, perché è preparata da Dio stesso nei cieli. È naturale, allora, che da un punto di vista cristiano sospiriamo di essere rivestiti del nostro corpo glorioso, immortale, libero da sofferenze e deperimento, che Paolo chiama “la nostra dimora celeste”; e questo avverrà se saremo sì spogliati del corpo mortale, ma non nudi, cioè nella vergogna di una vita senza opere e meriti. Paolo, però, come persona umana, sente anche lui l’istintiva ripulsa di fronte alla morte, alla fine della vita che ora è la nostra, quella che sperimentiamo di fatto, come dice chiaramente nel v. 4. L’altra vita, quella futura, l’attendiamo con fede, ma non ne abbiamo esperienza diretta; perciò la nostra natura rifiuta istintivamente la fine di questa vita (è ciò che ha sperimentato anche Gesù – vero uomo – quando s’è vista la morte di fronte, là nel Getsemani!). E allora Paolo dice chiaramente che noi vorremmo non essere spogliati con la morte, ma essere “sopravvestiti”, vorremmo cioè che il nostro essere non passasse attraverso la morte, ma che fosse assorbito, come rivestito direttamente dalla condizione gloriosa e immortale. 2) “L’amore di Cristo ci spinge” (5,11-17). Continuando il pensiero finale del brano precedente, Paolo manifesta di provare in sé un sentimento importante per la vita cristiana: il timore, un sentimento che sembra connaturale in chi deve affrontare un tribunale e un giudice che scruta i cuori, vede le intenzioni nascoste; ma anche un sentimento che può essere deformato e che Paolo squalifica in certo senso quando dice che dove c’è il timore, non c’è l’amore, perché il timore c’è nello schiavo, nel dipendente salariato, non nel figlio; e il rapporto con Dio deve essere ad immagine di quello di Gesù, come quello di un figlio che ha tutta la fiducia e l’affetto da parte del padre e che lo ricambia con lo stesso amore e fiducia. Vi è quindi un timore vero, autentico, anche nel figlio, che è quello di poter offendere il padre, di tradire la sua fiducia, di mostrare indifferenza al suo affetto… E finchè viviamo in questa vita terrena questo pericolo c’è, data la nostra debolezza, se viene meno quel rapporto con Dio che è la preghiera assidua che ottiene la grazia per i momenti difficili. Ma Paolo qui sembra avere in mente la sua missione e il timore si riferisce all’impegno di compierla con cuore puro, con rettitudine e con sincerità di intenzioni: di questo egli è certo dinanzi a Dio e si augura che lo sia anche dinanzi ai suoi Corinzi, così che dalla conoscenza che hanno del loro apostolo sappiano anche valutare coloro che cercano di squalificarlo ai loro occhi. 3) “Dio in Cristo si riconciliava il mondo” (5,18-21). In questi ultimi versetti del c. 5 la parola dominante è “la riconciliazione”. Tutto ciò di cui ha parlato Paolo è avvenuto perché così si realizzava il progetto Dio Padre: salvare l’uomo e la donna, fatti a sua immagine. Ma questa salvezza doveva avvenire come riconciliazione, cioè come incontro di pace offerto da Dio e accolto liberamente dall’uomo peccatore. Non si tratta quindi di trovare un compromesso tra due contendenti, ma di un’offerta libera e totale fatta da Dio a quanti vogliano rispondere al suo amore. La riconciliazione intende raccogliere insieme la famiglia di Dio e Cristo è la via di ogni riconciliazione, in lui il Padre l’ha già realizzata. Egli l’ha affidata alla Chiesa che la applica a ogni credente mediante gli apostoli che in essa sono come degli ambasciatori di Dio, dice Paolo, che esorta i Corinzi, alquanto rissosi, alla riconciliazione con Dio e tra loro. E parlando della riconciliazione Paolo scrive la frase che ci appare “mostruosa”: per realizzare la riconciliazione, il Padre «ha reso peccato colui (Cristo) che non conobbe il peccato» (v. 21): lo ha mandato nella condizione di noi peccatori, perché egli, come uomo, potesse rendergli ciò che l’uomo gli aveva negato fin dalle origini: l’obbedienza, la fiducia, l’amore. E così in Gesù, uomo e figlio di Dio, ogni uomo ora può “divenire giustizia”, cioè avere il giusto rapporto che Dio vuole per lui, quello di “figlio”. Questa era la missione che Gesù ha compiuto, facendo in tutta la sua vita la volontà del Padre (Gv 5,30; 6,38), nonostante l’ostilità della classe dirigente del suo popolo, che lo ha portato fino alla condanna e alla morte di croce (Fil 2,6-11). Una morte che sfocia nella risurrezione, per il Figlio e per tutti i figli di Dio. PER LA RIFLESSIONE PERSONALE: 1) Questo mese è propizio alla riflessione sulla morte, si dice; ma come la vedo e la sento da persona consacrata a Cristo? So essere serena nelle condizioni di vita in cui mi trovo, pensando con frequenza a Gesù che mi accompagna? Anche la serenità diventa apostolato per chi mi frequenta (in famiglia, nel lavoro, in parrocchia…). 2) Nella mia vita spirituale e nella mia preghiera c’è posto per il “timor di Dio”? E per quale timore? 3) Nelle mie giornate cerco che “sia la carità a spingermi” in tutte le mie azioni, sia in quelle cui sono obbligata, come in quelle cui mi impegno liberamente? Rinnovare l’intenzione è un modo efficace per ricordare che Gesù mi accompagna. D. Antonio Girlanda ssp |